giovedì 15 novembre 2018

FRANCOFORTE GRADITO RITORNO

Mancavo da Francoforte dal 15 novembre del 1979, e sono oggi trentanove anni esatti; ieri erano trentanove meno un giorno.
Avevo lasciato una città di cui conoscevo anche i vicoli, la sua aria di quasi metropoli sonnacchiosa che si svegliava soltanto dopo le ventidue a Sachenhausen, il quartiere dei tremila locali, delle luci rosse, delle bevute infinite, delle scopate sulle due sponde del Main, delle cazzottate furiose tra nativi e americani, tra americani , militari e no, coi nativi a fare il tifo e a scommettere come forse solo nei Far West classici, con il suo straordinario dialetto che si impara subito basato sullo strascicamento del gruppo "sch" presente quasi dappartutto nella lingua teutonica, e allora via ad una sfilza di mischhhhhh, dischhhhh, sichhhhh e tutte le musichette annesse e connesse. Soprattutto la città dove vivevano circa mezzo milione di persone, allegre e scansonate in un ambiente semi antico, da città riesumata dalle rovine dei suoi quasi duecento bombardamenti aerei alleati.
Conoscevo tutti i negozi della Zail, la via dove era proibito circolare in macchina o col tram -niente rotaie, strappate via dopo la guerra, lunga oltre mille metri- e naturalmente tutte le commesse carine, belle, bellissime e bellocce dei suddetti locali.
Mangiavo sempre alla sera nel ristorante da Piero, un'istituzione per tutti, non solo per tedeschi, coi camerieri, rigorosamente 'e Napule, vestiti in smoking con pantaloni sempre neri naturalmente e giacche variamente colorate ogni giorno della settimana: giallo limone il venerdì, senape il mercoledì, azzurre il lunedì, rosse il martedì, blu oltremarina giovedì, viola il sabato e verde prato alla domenica.
Sembrava che i russi non venissero mai, che gli americani non finissero mai i loro dollari, che gli italiani fossero realmente felici di essere italiani all'estero.
Ogni terza divisa americana imbottiva un negretto come un salsiciotto dentro il panino; e poi le MP femmine, negre e bianche, le negrette ostentando sempre culi meravigliosi come solo la gente di colore possiede, dove tenevano appoggiato il manganello, e tutti noi gelosi di quei manganelli depositati proprio nel mezzo delle dorate chiappe.
Un sogno adesso, una promessa di un mondo guidato da MP donna dopo il dovuto trapasso, che so, magari le custodi dei Lager.
Ci sono ritornato ieri a Francoforte con mio figlio ed Anna Maria, per ritirare la mia carta d'identità nuova, nel Consolato Italiano.
"Ma come ha fatto a dimenticare la data di scadenza?" Mi chiede l'impiegata. "Si dimenticano mica quelle cose lì". "Avevo in mente il 2018, invece era il 2016". "Adesso non potrà mai dimenticarlo. Guardi qui: scade il 9 febbraio 2029. Veda di non scordare il giorno del suo compleanno". 
Dieci minuti ed era tutto finito.
Ma non vedevo l'ora di soffermarmi a guardare ciò che avevo appena intravisto arrivando in macchina: una città incredibile, una città americana, un'altra città diversissima da quella che conoscevo.
Eravamo nei pressi della Bockenheimer Landstrasse, centro della city. Lungo la Taunus Anlage, vicinissimi alla Alte Theater Platz, la zona dove passavo la metà delle mie serate gloriose, e non riconoscevo niente. Al posto delle vecchie case una serie infinita di grattacieli come a Manhattan, tutti sui 40 o 50 piani; pareti di immensi finestroni, con nei piani bassi vetrate grandissime di colore scuro, certamente per schermare il sole anche d'inverno.
Insomma questi qua hanno rivoltato la capitale dell'Essen come un calzino. Pensare che mi trovavo esattamente nei pressi dei giardini della Guillotin dove una quindicina di anni fa avevo ambientato la storia del mio primo romanzo "Martedì dopo l'autunno", e non ci capivo niente. Dove stanno i giardini? In mezzo ai grattacieli sembravano microscopici e invece li ricordavo enormi. Dov'è il Polizei Presidium? Stavamo percorrendo a piedi la Mainzer Landstrasse e lo vedevo là in fondo come chilometri lontano.
Tutto a misura merregana, li possino a sti comunisti!  
Ci fermiamo a mangiare qualcosa in un locale di lusso vicino all'Alte Theater. Qui i clienti sono tutti impiegati di concetto. Vestono tutti eleganti vestiti, cravatte scure ed indossano tutti cappotti tre quarti scuri. Ma quello che è rimasto invariato è l'eleganza delle francofurtensi. Lo avevo già notato ai miei vecchi tempi: le donne di Francoforte sono le uniche tedesche che camminano come le italiane di Roma e di Milano, e come le parigine. Nemmeno a Berlino o a Monaco di Baviera le signore sono così disinibite e leggere e camminano col garbo delle donne di Frankfurt am Main.
Beh, io avevo la mia, friulana di razza, che da quando la conosco ha sempre avuto quel leggiadro modo di danzare camminando, anche con pancione. Lei a Francoforte nessuno l'avrebbe mai scambiata per una signora crucca di Berlino, di Köln, di Hamburg
o di Norimberga: alta, slanciata, occhi azzurri, capelli fulvi ecco una di noi, avrebbero pensato.
Sono stato benissimo ieri, tutto il giorno ad anche Anna Maria, glielo leggevo sul viso. Lei è ancora come era tanti anni fa: si esalta in certi ambienti.
Ho deciso di tornarci per una settimana, ma nella tarda primavera, perché questa città d'inverno è freddissima.


*****


sabato 10 novembre 2018

SETTECENTOVENTI


Mi sono avviato al nuovo anno
con un cuore già più antico,
le scarpe nuove di coppale
per il ballo finale della notte
di San Silvestro.

E poi scoppi pure la guerra
atomica il giorno dopo, 
trenta anni di carestia,
un decennio di siccità,
di malattie veneree, 
che cosa importa

purché io passi le ultime ore
di quest'anno, che 
maledicendo tutto scompare,
a strapazzar lenzuola
con l'ignota signora mascherata
dalle natiche opulente
e dalle cosce calde
avvinghiate ai miei fianchi.

Che è valso inaridire
oppresso da rinunce dolorose,
da castità coatta, rifiutando
alcooli estremi e sigari cubani?
Invece fedeltà, orpello di schiavitù,
rinunciare al trionfo della
libidine dei sensi, strozzare l'urlo
che ti brucia dentro le carni
più inaccessibili, dimenticate,
occulte oramai perfino a te stesso?

Non ci sarebbe stato
alcun bisogno
di tirarla avanti
così a lungo
se si fosse trattato
solamente
di rispettare le regole.
Ma quali?
Le vostre, illiberali,
tiranniche,
ottuse e cieche?
Stare dentro o fuori?
Rimanere incolonnato,
cieco e muto,
in un pigiama a strisce
dentro un reticolato,
oppure se tenti
la ribellione sei dannato?

Vivere da morto,
per esser chiari,
biascicando preghiere,
odi e salmi, 
ovverosia bestemmie
tanto chi distingue le sillabe
in un murmure soffocato?

Ah, non fossi mai stato
generato, se questo era il prezzo
da pagare: l'indifferenza, 
la sopportazione silenziosa,
la testa sempre china,
il giogo sulla gobba
per un tozzo di pane
e una caraffa
d'acqua dove
navigano mosche.

Ma vi è andata male.
Questa è la vita che
mi sono costruita
controvento,
contro tutto
contro voi.
Le scarpe nere di coppale
sono pronte,
pronta è la signora
vorace, si avvicina
l'ultima notte dell'anno,
la più attesa,
quella che più di tutte
in queste notti ho sognato.


*****
Maximiliansau, 10 novembre 2018

Questo è il mio Post numero 720

domenica 4 novembre 2018

CARI AMICI VI SCRIVO NUOVAMENTE PER DIRVI CHE SONO TORNATO.....

Certamente, sono tornato con un giorno di anticipo. Anche qui, da quando Angela Culgrandioso ha aperto a tutti i migranti, hanno dovuto ridurre le uscite, tra cui -tutto il mondo è paese- in prima fila quelle sanitarie. Quindi degenze ridotte al minimo e niente più buoni taxi. Insomma se ti viene a prendere qualcuno OK, altrimenti il taxi te lo paghi, caro onesto contribuente. 
È andato tutto bene, come posso constatare. Mi hanno rivoltato come un calzino di un vecio alpin dopo una escursione in alta quota con zaino pieno, fucile e scarponi titanici. Turatevi quindi il naso. 
Cominciando dalla mattina appena svegliato, con la pesa su una bilancia che segna il grammo, continuando con una scarica di gocce di vario tipo e genere prima e dopo il Frühstück, ricominciando appena riportata indietro la Tablette coi resti ed i vuoti; e si ricomincia con la misurazione della tensione interna - la oculipressio - e di nuovo gocce e controlli ed analisi fino al Mittagsessen, intorno alle 11,30; pace di un paio d'ore perché anche i medici ospedalieri hanno un cuore ed uno stomaco vuoto; si ricomincia con nuove gocce e controlli del visus e diavolerie varie fino all'Abendsessen, il cosiddetto Abendsbrot con formaggi e salumi vari da spalmare su fette di pane due o tre ed una camomilla. Di nuovo gocce, che dopo tre giorni hai fatto una piscina dove potresti nuotare; ultimo controllo alle 19,30 e poi libero di saltare dalla finestra oppure di andare a letto poco dopo le ventuno, tanto non succede più niente. Oh gaudio!
E alle sei e mezza di nuovo si ricomincia. Oh che sorpresa, che beatitudine solenne.
Eccetto il venerdì dove mi viene prima fatto un EKG al cuore ed una simile azione alle due carotidi per vedere se funzionano come si deve. Le mie lo fanno.
Di ritorno da cardiologia mi stanno aspettando in OP di Oculistica.
Mi tolgono tutto tranne i calzini, mi mettono un camicione aperto di dietro -vietato  toccare, prego- mi mettono su una sedia a rotelle e mi conducono al piano -1.
Le sale operatorie stanno tutta sotto terra, chissà perché.
Siamo quindici in attesa, tutti con una benda ad un occhio. Per certezza che il chirurgo non cappelli, viene applicata una pecetta con una lettera L (links o sinistro) oppure una R (rechts o destro) sull'occhio ove intervenire.
Per circa venti minuti un infermiere passa da ciascuno di noi con una seria di gocce -e daje- e ci riempie l'occhio che interessa ai chirurghi. Alla fine fa chiudere l'occhio e passa tra le due palpebre una specie di cagata di vacca incolore ed inodore, che deve essere una colla, che impiastriccia tutto e non ti fa quasi più aprire quell'occhio benedetto. Ancora oggi, due giorni dopo, duro fatica a togliere residui.
Alcune di quelle gocce erano un Betäubung, un anestetico narcotizzante.
Infatti dura un niente, forse due o tre minuti: mi fanno distendere su un tavolo operatorio; immensa luce bianchissima dentro la pupilla 
ago incolore che penetra, esce ed una voce mi dice che è finita, mentre due mani robuste mi aiutano a raggiungere la mia sedia a rotelle.
Tutto qui.
Il pomeriggio altre visite.
Sembra tutto a posto e mi dicono che l'indomani mattina posso tornare a casa.
Vengono tutti e bastava soltanto il guidatore, ma va bene tutto, adesso.
Saluto i due conquilini che domani dovranno essere operati.
Alle due del pomeriggio sto a tavola a casa mia che mangio finalmente un piatto di spaghetti al sugo come dio comanda.
Poi scoppia la guerra: hanno organizzato tutto loro e si va a casa della sposa, mia nipote Cristina, a chiacchierare ed a fare la cena alla francese, cucina Kim suo marito, che cucina benissimo e stappa per l'occasione una bottiglia di Châteauneuf-du-Pape del 2012, annata trionfale. Ne ha alcune bottiglie per momenti speciali.
Grazie Kim.
Alla salute di tutti, noi e voi che mi leggete.


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martedì 30 ottobre 2018

CARI AMICI VI SCRIVO....

....per dirvi che da domani mi assenterò dal blog per cinque giorni, cioè fino a lunedì incluso. No, non vado in vacanza, ma entro nella clinica oculistica del St. Vincentius Krankenhaus.
Ci sono già stato ieri dalle nove alle sedici suonate.
Sono uscito che non vedevo una beata mazza: vedevo tutto lilla e verde. Mi avevano ingrandito la pupilla che si vedeva tutto nero con un bordoncino di un millimetro del mio bel marrone. Fortuna che era nuvolo e dopo subito buio, grazie all'ora legale; ma non sono riuscito a vedere bene Inter-Lazio. mortacci loro.
Dunque a parte questo non indifferente inconveniente, hanno scoperto una trombosi all'interno del mio occhio sinistro che mi toglie il 30% del visus da questo occhio.
Bisogna scoprire la causante della trombosi, con infusioni e poi curarla con iniezioni nell'occhio e forse alla fine col laser.
Speriamo non ci debba poi ritornare, perché questo 2018 mi ha proprio rotto er ca.
Ieri mi hanno fotografato dentro entrambi i due occhi, così vedevano tutte le venette. Una luce bianca fortissima come l'esplosione di una bomba e poi dopo vedevo solo lilla e verde.
Una nuova combinazione di Governo al posto del giallo verde attuale. Peccato che il lilla sia il colore del frociame, ma si sa che noi italiani siamo autolesionisti ad oltranza.
A me invece l'idea di tornare in un Ospedale anche se di eccellenza  fa venire er mal de panza.
Solo cinque giorni, mi fa il giovane medico specializzato. E te pare che so pochi? O volemo facce Natale qui drento?
Basta, non è un gioco e mi devo abituare all'idea.
Alla fine tra ospedali e luoghi di cura avrò passato più di due mesi dentro un letto di ospedale. Mettici la capocciata sul durissimo suolo tedesco; mettici l'infrociata con la macchina immolata al dio della vendetta, e guarda che razza di anno di cacca che è stato questo pour moi.
Non ve la prendete. Vi penserò. Poi vi racconto tutto nel mio prossimo post.
Vi abbraccio tutti. Ciao.  
  

mercoledì 24 ottobre 2018

VOCE DEL VERBO INVEIRE


Questa è la poesia che stavo scrivendo quando mi è venuta sulla punta della penna l'idea di scrivere il post che questo precede.
Avevo promesso a Daniele Verzetti di postare la poesia e adesso lo faccio.


La scala è buia, vedo appena i primi gradini
ma devo forzarmi a scendere, a scoprire
cosa ci sia là in fondo, perché il buio sale,
tra poco sarà intorno, sopra e dentro di me
e non mi darà più tempo.

All'alba tutto era semplice e bello
perché bevevo ogni cosa che mi veniva 
raccontata. Era tutto bello perché
io ero ignaro, non ero libero ma ero felice.
Adesso sono finalmente libero
perché ora sono consapevole e pertanto
sono così infelice.

Ho cozzato contro una muraglia
che mi camminava contro,
ho cercato di scavarci dentro con le dita
per tirarne fuori almeno un mattone,
ho sperato di trovare all'interno sangue
dei miei antenati, e invece
ho trovato solamente ossa di vittime,
urla di vedove, occhi spenti di bambini
mai nati, piste di guerrieri
in marcia guidati da apostati
e traditori, da puttane vestite da suore 
del preziosissimo sangue di Cristo,
prelati circondati da orfani
che avevano numeri attaccati sulla schiena
che indicavano l'ordine di entrata
dentro i confessionali, perché fossero purificati
per il loro olocausto.
Ognuno di loro liberava di ombre
la propria innocenza e immolava
la sua virtù su altari di putrefazione,
cullati da pastori che al suono di zampogne
imitavano quelli della grotta fatale
nel fetore dell'urina di un somaro
e delle feci di una mucca,
attendendo miracoli screziati di vizi e lordure
a imitazione ripetuta ogni anno
del loro padrone appena nato
e ogni anno rinato, ed ogni anno sbalzato
fuori dalla sua mangiatoia,
vituperato e osannato come chiunque
che fonda un nuovo partito rivoluzionario,
rischia la morte ogni giorno
per ottenere alla fine la gloria dei santi,
che non può più aiutare né redimere
perché già puzza di morte da un'eternità.

E io non sono in grado di credere,
né di pregare, di osannare né di bestemmiare,
condannando l'infame al ludibrio
delle genti che verranno,
più scaltre di me, più competenti,
più follemente innamorate del nulla
che brucia su tutti gli altari
ripudiati oramai dalle maggioranze
degli uomini, delle donne e degli animali creativi
che con suoni stentorei proclamano
la loro riconquistata libertà di scelta
e di espressione. Animali liberi
da vincoli e lacci, lanciati senza
più prudenza sulle praterie inviolate
ancora della loro incoscienza.
Tra canti e suoni osceni, fischi
e baldracche plaudenti distribuite su ambo
i lati del lungo percorso, dove scalciando
galoppano furiosamente beati
gli stalloni della moderna perdizione.

E noi ce ne restiamo inerti a guardare
le loro piroette, ad applaudirle, 
ad ascoltare le sgrammaticature delle
loro bestemmie di incerto conio,
mettendo un segno di consenso
con la Montblanc nuova di zecca,
emettendo fischi di approvazione
e dimenando i fianchi e il culo
che da loro pende flaccido e obeso.
Niente più potrebbe scandalizzarci
dopo che abbiamo fatto a gara
a chi pisciava per primo sulle acquasantiere
delle nuove chiese cattoliche, 
ovunque ne avessimo incontrate.
E su quel piscio quasi essiccato i nostri 
amici cospargono adesso acque sante e altre
pisciate fresche come fanno i cani
per marcare il loro spazio vitale.

Noi guardiamo, applaudiamo,
sghignazziamo e via di corsa alla ricerca
di nuovi stimoli, dimenticati i vecchi,
col cellulare nuovo nella tasca
posteriore dei pantaloni, che squilla di continuo
e ci avverte dei cambiamenti del vento:
avanti con prudenza, tutto calmo,
un polverone sul fondo ma sta
già cambiando direzione;
tu vira e noi siamo nuovamente salvi,
nella speranza che i nostri figli
crescano buoni pagani, come avremmo
voluto rimanere noi, e così sia.

E adesso vado contro me stesso, i miei principi,
il mio modo di scrivere già antico:
e quindi ripeterò ciò che ho detto all'inizio.
Ero felice quando credevo a tutto
quel che mi veniva raccontato,
il post mortem, gli dei impudichi
e improvvidi, le madonne piangenti,
le sante gementi e galleggianti sopra le miserie.
Non ero libero perché ignaro di tutto, ma felice.
Adesso che ho imparato e vedo dritto
davanti a me sono forse libero
ma infinitamente stanco e infelice.


Maximiliansau,  23 ottobre 2018


*****





martedì 16 ottobre 2018

NOI CHE INVENTAMMO IL POSTMODERNO

Ci bevevamo tutto quello che ci veniva raccontato. Parlavamo coi santi e la madonne in latino e qualche volta in greco classico; giocavamo a calcetto nel cortile dell'Oratorio con i nostri angeli custodi, coprendoci la bocca con una mano a ogni bestemmia che dicevamo perché se ci avessero sentito se ne sarebbero andati tutti quanti portandosi dietro il pallone che era il loro, benedetto e profumato d'incenso.
Noi conoscevamo tutti i motivetti sacrileghi, blasfemi e scellerati, ma ne accennavamo solamente una nota per poi guardarci tra di noi di sottecchi trattenendo la solita risata oscena, perchè don Italo B. non si accorgesse di nulla, ma lui ci puniva lo stesso perché le conosceva tutte a memoria le canzonacce sporche, tipo "con sta pioggia e con sto vento chi è che bussa al mio convento"
-Hai visto? Le sa proprio tutte, ma come farà lui che è un prete?
Ma poi capimmo: quando lo sorprendemmo una serata buia in borghese che usciva di nascosto dal portoncino sul retro della casa di Rosa Maria.
Succedeva poco dopo le bombe americane, pasticche nere che venivano giù come la pioggia quando c'è il temporale. 
Nella nuova classe eravamo tutti fuori corso, nel senso che avevamo tutti perduto almeno un anno o due dispersi tra boschi e campagne. Così a me capitava di stare nello stesso banco con Amleto P. che aveva quasi 17 anni e io ancora tredici. E allora io e gli altri mocciosi come me rimanevamo a scuola, ufficialmente per fare i compiti insieme, ma più che altro perchè Amleto ci faceva i disegnini e ci rivelava quei segreti che nessuno sapeva, nemmeno Gabriele che aveva a casa tre sorelle.
Così nel gruppo qualcuno di noi pose la domanda fatale: "Ci credete voi alle stronzate che racconta don Italo? Quella sui Vangeli e sulla Bibbia per capirci."
Lì, quel giorno, mentre Amleto ci spiegava quale fosse la differenza tra noi masculi e le femmine, sempre coi disegnini perchè Maurizio diceva che aveva visto lui che sua sorella ce l'aveva di traverso e non diritto lo spacco, quel giorno appunto tra un disegno e uno schiaffone a Maurizio, perché Amleto era un fusto incazzoso e Maurizio uno scassaminchia, un po' a tutti noi e a me in particolare, cominciarono a venire tanti dubbi sulla madonne e i santi, che pendevano in abbondanza da tutte le pareti di casa mia.
La conclusione dell'opera di disfacimento della pochissima fede mia avvenne in quarto ginnasio quando arrivò nella nostra classe Paola D.B., genovese ed ebrea, che durante l'ora di religione rimaneva in classe a fare compiti, ma ascoltava tutto.
Ora, Paola, debbo dire oggi che era di profilo come Dante Alighieri, ma dentro la testa aveva come minimo tre cervelli: mai incontrata una ragazza con tanta intelligenza.
E lei stava a sentire con sei orecchie -due per cervello e i conti tornano- quello che don Italo raccontava; per un po' non replicò, ma quando arrivò alla storiella del figlio di Dio tirò fuori dal suo armadio tutta intera la preparazione religiosa che aveva.
Iniziò un battibecco dove lei riuscì a ribattere argomento dietro argomento a tutto quello che diceva il prete, che, ad un certo punto, non riuscendo a tenerle dietro se ne uscì con una infelicissima battuta: "tu stattene finalmente cheta, ché non sei nemmeno cristiana e non hai il diritto di disturbare la mia lezione."
Allora tutti capimmo che Paola avesse ragione e il prete si era pisciato addosso.
Da quel momento una delle cose che ho intrapreso con maggior passione oltre a correr dietro a tutte le ragazze carine, è stato documentarmi sulla realtà della religione dei nostri padri e soprattutto delle nostre madri.
Ogni giorno mi capitava di grattare con le unghie quel muro spigoloso e tirarne fuori un mattone. Per me adesso è completamente abbattuto e sulle sue macerie non se ne può costruire nessun altro.
Ci devo aver messo anche abbastanza livore, me ne rendo conto, qualche settimana addietro nel mio post sull'argomento, ma non ho fatto altro che parlare in fondo della mia delusione, di essere definitivamente solo in questo angolo dell'Universo.
Perché l'ho rifatto adesso? Non sicuramente per pentimento, ma perché alcune sera addietro ho iniziato la bozza di una poesia, per accorgermi dopo un po' che non era affatto una poesia quella che mi brulicava dentro, ma certamente molta rabbia.
Ho chiuso la poesia ed ho scitto queste poche righe. Se non dovessero essere di vostro gradimento sappiate che ne sono spiacente ma continuerò imperterrito a pensarla così.

giovedì 11 ottobre 2018

VERSI UN PO' STANCHI

Quando tutto sarà finito
tu resterai la sola
a dare ombra e luce
alla mia casa.

Non vale che tu pensi di rifugiarti
in un angolo, so già quale,
ad aspettare che venga notte
per andare a nasconderti
nel tuo spicchio di letto,
raggomitolata e in lacrime;
non è così che funziona.
Farai come faccio io adesso,
come ho sempre fatto,
piantato a gambe larghe lontano
dalle pareti, nel mezzo
della stanza, come sul tavolato
di un proscenio
andando incontro al soffio
quasi sempre violento della vita.
Un piacere quotidiano,
una valenza
da sbandierarmi in faccia
come un monito continuo, un valore
aggiunto, una profezia.

Così da giovanotto e così adesso
che incomincio a imparare
qualcosa. Lo farai anche tu.

Io, per dirti la verità, cerco sempre
il semplice, garrulo tempo dell'estate
di quando ero ragazzo
che adesso non c'è più.
Tu dici che malgrado gli sforzi
di reggermi a galla sono io quello cambiato,
e forse hai ragione:
ho macchie rosse e ghirigori sugli occhi
e tutto quel che vedo
è soffocato in trasparenza laggiù.
Mi viene il fiatone se faccio
le scale un po' di fretta
così ho una scusa per sedermi 
sul divano e cominciare a scrivere.

Non è una scusa per non parlare con te
è un bisogno, un impulso, una passione,
una voglia di esprimere vita,
la volontà di esistere, una specie
di tormento che mi mette fretta
di scrivere una parola dietro l'altra
per un discorso che non vorrei
cessasse mai. Come tante volte ti ho detto
arriva il momento in cui
devi mollare gli argini perché
l'ondata che ti pressa da dentro
è troppo forte, è spietata.
Arriva per tutti
e allora non sta a te guardare
come deborderà quest'acqua lercia,
se in un ordine prestabilito
docilmente
oppure in modo tumultuoso.
A te è dovuto solo lasciarla
libera di uscire e di seguire
un corso nuovo, tutto suo.

Vorrei che tu ricordassi queste
parole quando tutto sarà finito,
magari di notte nel tuo angolo di letto
mentre che piangi.


Maximiliansau, 11 ottobre 2018

*****